Psicoterapia e democrazia

Nel mondo della psicoterapia è noto il concetto del “verdetto del Dodo”, ideato da Saul Rosenzweig negli anni Trenta per indicare che a essere responsabili del miglioramento dei pazienti non sono le tecniche specifiche dei vari modelli psicoterapeutici, ma i fattori aspecifici, comuni alla psicoterapia in sé, quali per esempio la relazione terapeutica o il fatto che siano inseriti in un contesto deputato alla cura.
Oggi questo concetto rimane valido in generale, anche se ci si interroga su che cosa significhi “funzionare”, su come possiamo misurare un successo terapeutico e su come possiamo stabilire se alcune terapie funzionino meglio di altre, per esempio per disturbi specifici.
Negli ultimi decenni poi, sotto la spinta dell’evidence-based, si è sempre più cercato di creare protocolli standardizzati che fossero replicabili e verificabili.
Questo però, se da una parte ha dato solidità scientifica alla psicoterapia, dall’altra l’ha resa meno “artistica”, meno legata all’intuizione del terapeuta, che comunque rimane fondamentale per adattare la terapia al paziente.
In questo quadro, l’integrazione tra i modelli e l’uso di tecniche di altri approcci non sono sempre viste di buon occhio per il timore che possano compromettere la coerenza del modello di riferimento. Non che sia cambiato molto, visto che il tema dell’ortodossia accompagna la psicologia dai tempi di Freud.
Tempo fa ho letto “Democrazia e educazione” e in questo libro John Dewey sottolinea che la democrazia si fonda sulla possibilità di far emergere e confrontare punti di vista diversi: se tutti sono d’accordo, se nessuno può contraddire, se non c’è contrasto, non c’è crescita.
Per questo personalmente credo che un modello psicologico dovrebbe poter essere usato in modo flessibile, adattato, perfino “disobbedito”.
E allora forse, come diceva Dewey, senza la possibilità di contraddire e mettere in discussione, non c’è crescita — né per chi è in terapia, né per i modelli che cercano di guidarla.

